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Pagare e sorridere: le nuove funzionalità a pagamento di Instagram

Le nuove funzionalità a pagamento di Instagram sono il proverbiale capolavoro del capitalismo. Ma le opzioni sono due: o il capitalismo è Caravaggio, e tutto quello che tocca è un ‘capolavoro’ o è giunto il momento di smettere di stupirci per le sue contraddizioni e accettarle per ciò che sono: i sintomi della sua saturazione.

In breve: Meta sta testando alcune funzioni premium per il suo prodotto di punta. Tra le novità in prova figurano la possibilità di visualizzare le storie in anonimo, l’uso di una barra di ricerca per monitorare chi ha guardato i propri contenuti e l’estensione della durata delle storie per ulteriori 24 ore. Al momento, il test coinvolge Messico, Giappone e Filippine, con un canone mensile che si aggira intorno ai due dollari.

Ma come? Non ci hanno ripetuto per anni che i social erano gratuiti perché il prodotto eravamo noi, o meglio, i nostri dati? Evidentemente no. Il prodotto è adesso anche la piattaforma stessa, e la dopamina che quotidianamente ci fa produrre.

Qual è il valore aggiunto di questi spazi oggi? Quindici anni fa potevano ancora vendere la favola delle “comunità digitali”, della democratizzazione dei dibattiti, del potere della condivisione. Oggi, la narrazione ufficiale punta tutto sulla funzione di megafono. Instagram è diventato lo strumento indispensabile per artisti e business, creando già così un cortocircuito logico: resti su Instagram solo perché tutti gli altri sono su Instagram. In questo cortocircuito pagare per pubblicizzarsi è qualcosa che abbiamo poco a poco fatto rientrare nell’alveo della normalità.

Ora il tema è stato portato a un livello superiore. Il vero punto critico, adesso, risiede nella natura delle funzioni a pagamento. Non stiamo parlando di strumenti per migliorare la comunicazione o la qualità estetica. Il paradigma qui non è la comunità, ma la dipendenza.

A costo di scivolare nel cliché, è difficile non pensare al pusher che regala la prima dose per agganciare il cliente. Ciò che Instagram ci ha “regalato” per anni (facendosi comunque pagare con i nostri dati) è il nutrimento per i nostri istinti peggiori: ego, invidia, ansia e gelosia. Le nuove funzioni alimentano esattamente questa morbosità: Paga, e potrai spiare senza essere visto; paga, e potrai controllare chi ti osserva; paga, e la tua immagine resterà esposta più a lungo. Monetizzano il disagio, senza neppure nasconderlo.

Il pervertimento della nostra percezione è stato così lento e capillare che non riusciamo più a percepirne la gravità. La notizia non dovrebbe essere “Instagram introduce nuove feature”, ma: la tua dipendenza che prima quanto meno era gratuita, ora è diventata un servizio in abbonamento.

Qual è la soluzione? Non lo so. Forse processare le piattaforme, come già sta accadendo in parte, o imporre leggi che le costringano a muoversi entro recinti controllati, come è successo per l’industria del tabacco. Ma non so se basterà, neppure riusciamo a individuare e riconoscere bene il problema. Questo, dunque, non è né più né meno che uno sfogo, atto che comunque conserva ancora una sua valenza politica. E che non si paga. Per ora

Foto in evidenza di Damien Roué, da Unsplash

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