Da straniero, in Spagna, quando devo confrontarmi con la burocrazia, tanto quella spagnola quanto quella italiana, provo sempre quella sottile forma di ansia che è, a ben vedere, un lusso. Devo registrare l’empadronamento (una specie di certificato di residenza) e controllo tre volte i documenti, temo un timbro mancante, una tassa non pagata. Devo rinnovare la patente di guida e corro a sincerarmi che la ratio delle leggi che più o meno conosco in Italia sia equivalente qui. Ma in ogni caso so, con una certezza biologica, che in un modo o nell’altro riusciró a fare tutto, perché il sistema mi riconosce.
Qui sono banalmente un corpo che ha diritto di occupare uno spazio. Sono protetto dalla Direttiva 2004/38/CE, dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, e soprattutto da un’invisibile aura di “provenienza corretta”.
Ma mentre cammino sotto il sole catalano recandomi a piedi all’ufficio sotto casa, con un foglio di carta, pronto a tardare non più di quindici minuti, a Roma la realtà pare che si mostri completamente differente. Leggo il reportage de Il Foglio e scopro che davanti all’Ufficio Immigrazione della Questura non c’è una fila, ma un vero e proprio accampamento.
Attesa
In via Patini, la legge non è scritta nel Testo Unico Immigrazione , ma su pezzi di carta sgualciti gestiti da capannelli improvvisati. Aashiq, arrivato dal Bangladesh, racconta di essere in fila da sette giorni. Dice che la sua posizione oscilla come un titolo in borsa: ottavo un giorno, diciassettesimo quello dopo, trentesimo la mattina seguente.
Potrebbe essere nato addirittura una specie di mercato nero del tempo. Si vendono i posti in fila per cinquanta, cento euro. Chi non ha soldi dorme sull’asfalto, senza cibo, se non quello che fornisce la Croce Rossa, nell’attesa messianica di poter semplicemente dire allo Stato: “Io esisto, ecco la mia domanda di asilo”.
L’articolo 6 della Direttiva 2013/32/UE stabilisce che quando una persona manifesta la volontà di chiedere protezione, lo Stato deve garantirne la registrazione entro tre o sei giorni lavorativi. A Roma, nell’aprile del 2026, la registrazione è un miraggio che richiede settimane. Era successo già a Torino e forse sta succedendo già anche altrove. Questi sono solo i punti in cui si ferma il riflettore della stampa a fare luce. Ma l’oblio, nel frattempo, è una costante. Siamo ormai oltre l’inefficienza, siamo in una vera e propria burocrazia punitiva.
Geografia
Qualche settimana fa, quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato l’offensiva contro l’Iran, e l’Iran ha risposto contro i paesi del Golfo, gli influencer di Dubai hanno fatto l’unica cosa che sono in grado di fare: si sono filmati. In questi video, prima di cambiare completamente atteggiamento, probabilmente intimoriti indirettamente o direttamente dai regnanti, si mostrano comprensibilmente preoccupati. C’era un’idea sottesa a tutti questi video, in alcuni casi neppure tanto sottesa: l’idea che esistano luoghi deputati al caos (la Striscia di Gaza, le periferie di Teheran, i deserti libici) e luoghi che per statuto ontologico devono essere sterili, sicuri, lindi. Quando la violenza o il disagio tracimano lì, nei santuari del consumo e del wellness, si grida all’ingiustizia. Ma a ben guardare per queste persone lo scandalo non sembra essere davvero l’ingiustizia in sé, ma la sua incongruenza estetica. “Non dovrebbe accadere qui”.
Lo stesso principio si applica a via Patini. Lo Stato italiano sembra dirci che la sofferenza dei richiedenti asilo è un elemento naturale del paesaggio, come il traffico sul Raccordo o le buche. C’è un’idea brutale e silenziosa, per cui certe biografie siano progettate per sopportare il fango e l’attesa, mentre altre (le nostre) debbano scivolare agilmente tra i tornelli degli aeroporti e gli uffici della pubblica amministrazione.
Eccezione
Siamo alla vigilia dell’entrata in vigore del nuovo Patto Migrazione e Asilo (prevista per giugno 2026). Le nuove norme promettono “screening rapidi” e “procedure di frontiera”, ma il presente ci dice che la rapidità è riservata solo all’esclusione. Il Tribunale di Roma, con ordinanze già note dal 2023, ha più volte sanzionato l’illegittimità di queste attese, definendo “illegittima la procedura” che impedisce l’accesso immediato alla formalizzazione della domanda.
Eppure, nulla cambia. La coda rimane lì, un monumento all’indifferenza.
A volte mi chiedo se la mia ansia a Barcellona non sia una forma di colpa del sopravvissuto. So che, se domani perdessi tutto, avrei comunque una rete di trattati internazionali e una faccia che “va bene” per un ufficio postale. Per gli uomini e le donne di via Patini, la legge invece non è uno scudo, ma una parete liscia su cui non riescono ad appigliarsi a nulla.
Non è solo un problema di uffici chiusi o di personale insufficiente. È un problema di sguardo. Finché considereremo accettabile che una persona debba dormire in strada per sette giorni solo per consegnare un foglio, avremo accettato che l’umanità non è un dato universale, ma una concessione amministrativa.
Ed è questa, credo, la forma più sottile e terribile di barbarie contemporanea. Quella che indossa la divisa di un funzionario stanco.
Giuseppe Vignanello
Immagine in evidenza di Emanuale Nuccilli, via Pexels




