Dal punto di vista geografico, gli stretti sono dettagli per natura. Piccoli tagli nella continuità delle terre emerse, trascurabili se paragonati alle distese oceaniche. Eppure, da due settimane, il mondo intero ha gli occhi puntati su un dettaglio largo appena trenta chilometri: lo Stretto di Hormuz.
Come ogni stretto, Hormuz è il punto in cui il mare si arrende alla terra o la terra assedia il mare, a seconda dei punti di vista. Separa il Golfo Persico dal Golfo di Oman e l’Iran dall’intera penisola arabica. È un luogo di scambi e migrazioni, di nomi e di persone. Hormuz infatti non è solo lo stretto, ma anche un’isola, che un tempo si chiamava Jarūn. Il nome originale apparteneva a una città sulla costa, un regno florido devastato dai Mongoli nel XIV secolo. L’emiro di allora scappò sull’isola portandosi dietro il nome del suo regno.
Questo fazzoletto d’acqua è un osservatorio privilegiato sulla natura brutale del controllo globale colonialista. Nel 1507 il portoghese Alfonso de Albuquerque lo assediò per il monopolio delle spezie. Gli Sciá di Persia ci misero più di un secolo per prenderne il controllo e ci riuscirono soltanto con l’aiuto della Compagnia Britannica delle Indie.
Oggi le spezie sono il gas naturale e il petrolio. Con la scoperta degli immensi giacimenti sotto i deserti del Qatar, dell’Iran e degli Emirati, Hormuz è diventato l’imbuto del mondo da cui transita un quinto del petrolio globale.
La mappa ci dice che il controllo legale appartiene a Iran e Oman (quest’ultimo presente con l’exclave di Musandam), ma nei fatti il controllo è delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Questa infatti possono chiudere o aprire Hormuz, nella misura in cui possono minacciare ogni nave che passa con mine, droni e missili. Hormuz quindi al momento è chiuso, è un varco concesso solo alla Cina o a chi ottiene un salvacondotto diplomatico. È la guerra asimmetrica dell’Iran. Non potendo sfidare frontalmente gli Stati Uniti, Teheran usa il mare come un laccio emostatico, stringendo l’economia globale per forzare l’amministrazione Trump a una de-escalation.
L’effetto è un rincaro a catena di petrolio, trasporti, produzione e merci di consumo. È un copione già visto nel 2022 con l’invasione dell’Ucraina, ma con un’ironia amara per l’Europa. Proprio per affrancarsi dalla Russia, abbiamo stretto legami ancora più forti con i paesi del Golfo. Ora quel rubinetto è chiuso, e ci ritroviamo a guardare verso altri potenziali rubinetti come la Norvegia o l’Algeria, o peggio, a ipotizzare una riapertura di quello russo, con la rimozione delle sanzioni.
Ma il vero punto di rottura non è solo energetico, ma strutturale. C’è un altro gas che sta smettendo di fluire, ed è l’elio. Il Qatar ne produce il 30% mondiale e, bloccato lo stretto, l’elio resta intrappolato nel golfo. Non è un dramma per i palloncini delle feste, e per potenziali milioni di bambini in lacrime, ma per l’impalcatura stessa della nostra modernità. Come osserva Ryan Petersen, in questo tweet l’elio è fondamentale. La sua altissima conducibilità termica e la sua inerzia chimica lo rendono vitale per i semiconduttori e per il raffreddamento dei data center.
Il dettaglio geografico si trasforma in una lezione globale. Lo Stretto di Hormuz non è solo un esempio di quella vecchia storia di ali di farfalle e uragani. È il promemoria definitivo del grande equivoco del nostro tempo: l’illusione di vivere in un’epoca eterea e digitale.
Semiconduttori e data center sono oggetti ostinatamente materiali. Sono fatti di silicio, fosforo e metalli rari estratti dalla terra, spesso attraverso guerre e sfruttamenti atroci. Eppure, sono loro a permettere l’esistenza del Cloud, dell‘Intelligenza Artificiale, dei social network su cui discutiamo di questi stessi conflitti. Abbiamo inventato termini come “Metaverso” o “online” per convincerci che esista un altrove trascendente, un mondo di puro spirito fatto di bit e byte. E viviamo nel miraggio che si tratti veramente di un altrove, tant’è che, ad esempio, che i legislatori faticano ancora ad equiparare i reati compiuti attraverso questi strumenti agli stessi reati compiuti in analogico.
Basta però che un piccolo tratto di mare di trenta chilometri venga bloccato perché l’incantesimo svanisca. In quel blocco non si fermano solo le petroliere, ma si incrina l’idea stessa di virtualità. La chiusura di Hormuz ci ricorda la radicale, ineliminabile e tragica materialità della nostra esistenza. Dietro ogni riga di codice, dietro ogni immagine o video prodotti con l’intelligenza artificiale, dietro questo stesso articolo, ci sono macchine caldissime, un gas che deve raffreddarle e un pezzo di terra che qualcuno ha deciso di chiudere.
Siamo figli della polvere e del silicio, e non c’è algoritmo capace di liberarci dal peso geografico del mondo.


